Negli ultimi mesi mi sono trovato a riflettere sempre più spesso su un tema che, per chi lavora nella logistica, non è affatto nuovo ma oggi appare più urgente che mai: il costo dell’insularità. Un concetto che può sembrare astratto, ma che nella realtà operativa quotidiana si traduce in margini ridotti, competitività compromessa e, soprattutto, in una crescente disparità tra territori.
L’insularità non è solo geografia, è economia reale
Lavorando nel settore logistico, ho imparato che la distanza non è solo una questione chilometrica. Quando parliamo di Sicilia e Sardegna, parliamo di territori che dipendono strutturalmente dal trasporto marittimo, con tutte le complessità che questo comporta. Non si tratta solo di attraversare un tratto di mare, ma di gestire un sistema intermodale obbligato, dove ogni passaggio aggiunge costi, tempi e incertezze.
Secondo recenti analisi, il trasporto merci verso la Sardegna può costare fino al40% in più rispetto al continente, con un impatto diretto sulla competitività delle imprese. Questo dato, da solo, dovrebbe far riflettere chiunque si occupi di politica industriale o di sviluppo territoriale.
Il peso crescente dei costi energetici e del sistema ETS
Negli ultimi anni, però, qualcosa è cambiato. O meglio, è peggiorato. L’aumento dei costi energetici e del carburante, unito al rincaro dei noli marittimi, ha aggravato una situazione già fragile. A questo si aggiunge il sistema europeo ETS (Emission Trading System), che sta trasferendo nuovi oneri lungo tutta la filiera logistica.
Da operatore del settore, vedo chiaramente come questi costi non rimangano “in alto”, ma ricadano inevitabilmente sugli autotrasportatori e, a cascata, su tutta la catena del valore. Come evidenziato anche a livello istituzionale, il rischio è che la transizione ecologica, pur necessaria, finisca per penalizzare in modo sproporzionato proprio i territori più vulnerabili.
Una disparità che mina la competitività
Ciò che mi preoccupa maggiormente è la perdita progressiva di competitività. Se un’azienda in Sardegna o in Sicilia sostiene costi logistici significativamente più alti rispetto a una concorrente del continente, il mercato non aspetta: semplicemente sceglie l’opzione più conveniente.
Alcuni studi parlano di una perdita di competitività che può arrivare fino al 30% per le imprese sarde. Questo significa meno investimenti, meno occupazione e, nel lungo periodo, un indebolimento dell’intero tessuto economico.
E non è solo una questione locale. È un problema nazionale ed europeo. Perché un mercato realmente unico non può permettersi differenze così marcate nei costi di accesso.
Il paradosso della continuità territoriale
Esistono strumenti pensati per ridurre queste disuguaglianze, come la continuità territoriale, ma nella pratica risultano spesso insufficienti o limitati a specifici ambiti, come il trasporto aereo. Nel settore merci, invece, il gap resta evidente.
Eppure, il principio dovrebbe essere semplice: garantire pari condizioni di accesso al mercato. Se questo non avviene, si crea una distorsione che penalizza intere regioni solo per la loro posizione geografica.
Il punto di vista di chi lavora sul campo
Dal mio osservatorio, posso dire che le aziende di trasporto stanno facendo il possibile per assorbire almeno una parte di questi aumenti. Ma c’è un limite. Non è sostenibile continuare a comprimere i margini senza compromettere la qualità del servizio o la sopravvivenza stessa delle imprese.
Molti operatori cercano di non trasferire integralmente i costi sui clienti finali, ma il rischio è sempre più concreto: o si aumenta il prezzo dei beni, o si riduce la capacità di competere. In entrambi i casi, il sistema perde equilibrio.
Serve una visione europea
Credo che questo sia il punto centrale: la questione dell’insularità non può essere affrontata solo a livello locale o nazionale. Serve una strategia europea che tenga conto delle specificità dei territori insulari.
Non si tratta di chiedere privilegi, ma di garantire equità. Se l’Unione Europea promuove la coesione territoriale, allora deve anche intervenire per evitare che politiche comuni – come il Green Deal o l’ETS – producano effetti diseguali.
Guardare avanti: dalla criticità all’opportunità
Nonostante il quadro complesso, credo che esista anche un’opportunità. Ripensare il sistema logistico delle isole può diventare un’occasione per innovare: investire nell’intermodalità, migliorare l’efficienza delle rotte marittime, sviluppare infrastrutture più resilienti.
Le cosiddette “autostrade del mare”, ad esempio, rappresentano un modello interessante per ridurre i costi e migliorare la sostenibilità del trasporto. Ma senza un sostegno concreto e una visione strategica, rischiano di rimanere soluzioni parziali.
Conclusione
Scrivendo queste righe, mi rendo conto che il tema dell’insularità è molto più di una questione tecnica. È una sfida che riguarda l’equità, lo sviluppo e il futuro stesso di interi territori.
Da professionista della logistica, ma anche da osservatore attento delle dinamiche economiche, sono convinto che non si possa più rimandare. Servono interventi concreti, coordinati e lungimiranti.
Perché la logistica non è solo trasporto di merci: è connessione tra territori, è sviluppo economico, è coesione. E nessun territorio dovrebbe restare indietro solo perché circondato dal mare.
Quando si parla di trend del settore, il rischio è sempre lo stesso: articoli pieni di parole grosse e poveri di sostanza. Lavoriamo nella logistica ogni giorno, quindi, quando abbiamo deciso di scrivere questo pezzo ci siamo posti una sola domanda: cosa sta davvero cambiando, e cosa significa concretamente per chi fa questo mestiere? Ecco quello che abbiamo trovato.
La logistica non è più supporto: è strategia
Partiamo da un dato che vale la pena sottolineare. Secondo l’Osservatorio Contract Logistics del Politecnico di Milano, il settore logistico pesa per circa il 9% del PIL nazionale, con un mercato che ha raggiunto circa 50 miliardi di euro nel 2025. Non si tratta più di un settore di servizio che sta a valle della produzione. La logistica è diventata una leva strategica che contribuisce in modo diretto alla resilienza delle filiere e alla creazione di valore per il sistema produttivo (Fonte: ESG360).
Per chi, come noi, ci lavora dentro da anni, non è nulla di nuovo. Ma è importante che anche i clienti e i committenti lo capiscano: scegliere un partner logistico non è più solo una decisione operativa ma anche strategica. Un esempio concreto: fino a qualche anno fa, scegliere un trasportatore significava valutare principalmente due variabili: prezzo e puntualità. Oggi quelle due caratteristiche da sole non bastano più. Un partner logistico deve essere in grado di assorbire gli shock esterni (un blocco portuale, un picco improvviso di domanda, un rincaro del gasolio) senza che questo si traduca in un fermo dell’operatività.
Questo significa che quando si deve valutare con chi lavorare, si sta scegliendo quanto la propria azienda potrebbe essere esposta al rischio. Un partner strutturato, con processi chiari, tecnologia adeguata e capacità di comunicazione in un tempo reale, è un ammortizzatore. La logistica, in altre parole, è diventata parte della governance aziendale. Non si delega più a chi costa meno ma si affida a chi è capace di gestirla con continuità.
L’intelligenza artificiale: finita la fase degli annunci
Se nel 2024 si parlava di AI come di una promessa, nel 2026 è già dentro i processi. L’intelligenza artificiale è ormai entrata in una fase di maturità: nel 2026 diventa parte integrante delle operazioni quotidiane, utilizzata nella manutenzione predittiva, nell’ottimizzazione delle reti logistiche, nella pianificazione dei percorsi e nella definizione dinamica dei prezzi. Attualmente, il 30% delle aziende committenti ha già adottato soluzioni di AI, riscontrando benefici tangibili in termini di qualità del servizio e fluidità dei processi (Fonte: Euromerci).
C’è però un punto che spesso viene tralasciato nei comunicati entusiastici: senza dati completi, corretti e coerenti, la trasformazione AI-driven non è sostenibile (Fonte: ICTBusiness). La qualità dei dati è un prerequisito irrinunciabile. Investire in tecnologia senza aver prima costruito una base dati solida è come comprare un’auto da corsa senza asfalto su cui guidarla.
Automazione e persone: un equilibrio da non dare per scontato
Sul tema dell’automazione circola ancora molta confusione. L’idea che “le macchine sostituiranno i lavoratori” è più uno slogan che una realtà del settore. I dati dell’Osservatorio chiariscono che la finalità prevalente dell’AI non è la sostituzione del lavoratore, ma il suo potenziamento: solo l’11% delle aziende utilizza l’automazione per rimpiazzare l’uomo in attività ripetitive, mentre il 24% punta ad accrescere le capacità decisionali e operative del personale (Fonte: ESG360).
Detto questo, l’automazione sarà sostenibile solo se accompagnata da una governance che bilanci efficienza e sicurezza, tecnologia e competenza umana (Fonte: LogisticaNews). Delegare tutto ai sistemi digitali senza mantenere competenze interne è un rischio reale che alcune aziende stanno già pagando.
Sostenibilità: da obbligo normativo a vantaggio competitivo
La transizione green non è più solo una questione di compliance. Per il 20% delle aziende del settore, la sostenibilità è diventata la priorità strategica assoluta, influenzando ogni fase del processo logistico, dalla gestione dei magazzini fino al trasporto e al packaging (Fonte: ESG360).
Sul fronte dei veicoli, l’adozione dei veicoli industriali elettrici cresce, ma non in modo uniforme: le barriere infrastrutturali e i costi operativi continuano a pesare, rendendo più competitivo l’elettrico nei contesti urbani ma non ovunque (Fonte: ICTBusiness). Per questo le aziende si stanno orientando su soluzioni pragmatiche ad alto ritorno immediato: ottimizzazione dei percorsi, riduzione dei viaggi a vuoto, dematerializzazione dei documenti di trasporto.
Geopolitica e resilienza: il fattore che nessuno può ignorare
Il 2026 ha già dimostrato che le tensioni internazionali non sono variabili esterne alla logistica: ne sono parte integrante. La volatilità geopolitica, ormai strutturale, continuerà a influenzare il settore: le aziende stanno imparando a convivere con variazioni imprevedibili dei dazi, dei flussi di trasporto e dei costi operativi, sviluppando modelli di risposta più agili (Fonte: ICTBusiness). Lo vediamo ogni giorno anche noi: il caro gasolio legato allo Stretto di Hormuz, i ritardi sui container, le rotte che cambiano. La resilienza non è più un valore aggiunto, è un requisito minimo.
Le aziende che sapranno valorizzare i dati, costruire ecosistemi aperti e coinvolgere le persone nel cambiamento saranno quelle che guideranno il prossimo capitolo della logistica. È esattamente la direzione in cui stiamo lavorando. Non inseguendo le mode tecnologiche, ma costruendo un’operatività sempre più strutturata, trasparente e capace di reggere l’urto di uno scenario che cambia velocemente.
I trend che abbiamo raccontato in questo articolo non sono scenari futuri: stanno succedendo adesso. Chi li conosce è già un passo avanti.
Fonti: Osservatorio Contract Logistics Politecnico di Milano, Euromerci, ICT Business, Logistica News — aggiornato ad aprile 2026
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